Il frigorifero va a caccia
Il frigorifero va a caccia
In una grande foresta vivono moltissimi animali selvaggi. Alcuni sono feroci, altri no, ma quasi tutti sono curiosi.
Le piante ed i fiori sono tantissimi, erbe, cespugli ed alberi. Vi sono alberi centenari, altissimi e con un grande tronco. All’ombra di uno di questi grandi alberi c’era un frigorifero. Stava con lo sportello aperto facendo intravedere la luce interna.
Una piccola scimmia passando di là incuriosita, lo vide, ma appena si avvicinò per prendere quello che c’era dentro, “SBAM” il frigorifero chiuse di scatto la porta imprigionandola e chiudendola nel suo cassetto. Fatto questo il frigorifero riaprì la porta appostandosi di nuovo, e un leone affamato, che passava di lì, subì la stessa sorte della scimmia. Mentre sono tutti e due chiusi dentro il cassetto del frigorifero capiscono che devono diventare amici se vogliono liberarsi, e così il leone diventa amico della scimmia e la scimmia amica del leone.
Insieme: la forza del leone e le braccia della scimmia, riescono a rompere il cassetto e ad aprirlo. Appena fuori il frigorifero fece loro una gran risata, ed entrambi lo guardarono con gran sospetto. Il frigorifero continuando a ridere, spiegò che era contento di aver raggiunto il suo scopo.
“Quale scopo?” chiesero in coro la scimmia ed il leone.
“Quello di farvi capire che solo unendosi con lealtà ed amicizia si può fare tutto”.
“E’ vero, disse il leone, se mi fossi fermato a mangiare la scimmia, forse mi sarei saziato, ma sarei rimasto prigioniero”.
Così, ringraziando il frigorifero, se ne andarono insieme, la scimmia sulla groppa del leone, cercando di raccontare a tutti ciò che avevano imparato dallo loro esperienza.
Il treno che salta gli ostacoli
In un grande paese dove c’erano grandi prati pieni di margherite, grandi boschi pieni di alberi e uccellini, e dove le case erano grandi e distanti tra loro, un giovane principe a cavallo del suo bianco destriero, passeggiava per vedere se qualcuno aveva bisogno del suo aiuto. Passando vicino ad un castello nota che è circondato da un profondo fossato e il ponte levatoio, l’unica strada per arrivare, è alzato.
Non riuscendo a capire chi e cosa potesse esserci in quella costruzione, ma intuendo che lì qualcuno potesse avere bisogno di lui, decide di attendere per poter entrare. Aspetta ore, giorni, settimane, ma il ponte non si abbassa, nessuno si avvicina per entrare e nessuno cerca di uscire dal castello.
Il principe, molto incuriosito, sempre in groppa al suo cavallo bianco, chiama un’aquila che volava da quelle parti e le chiede gentilmente di andare al castello e scoprire perché il ponte non si abbassa mai.
L’aquila accetta e, spiegando le sue grandi ali, vola oltre il fossato. Torna dopo alcune ore e racconta: nel castello tutti sono seri e tristi, tutto è grigio e senza colori perché un mago malvagio ha lanciato un incantesimo. Perciò tutti resteranno isolati fino a che un essere vivente non riuscirà ad entrare. Solo questo potrà rompere l’incantesimo, ma per tutto questo tempo nessuno degli abitanti riuscirà a ridere o divertirsi, tutti sono costretti ad essere seri e tristi, anche i bambini, in questo posto grigio e senza colori.
Il principe decide di attraversare il fossato per aiutare tutte queste persone a ridere di nuovo. Ma come? E’ troppo largo perché il suo cavallo possa saltare da una riva all’altra e nell’acqua ci sono gli squali, per cui non può attraversarlo a nuoto e lui non sa volare! Mentre pensa a questo problema sente l’allegro fischio di un treno. Infatti è un giovane treno a vapore, ha la locomotiva colorata di rosso e di blu e fari che sembrano due occhi sbarazzini sopra una grande bocca sorridente. Lancia nuvolette di fumo ad ogni fischio di sirena. Dietro la locomotiva vi sono quattro vagoni anch’essi colorati, ma di rosso e di bianco, con le tendine a quadretti bianchi e rossi ai finestrini. Solo a vederlo ci si sente allegri. Il principe gli va incontro e lo saluta sorridendo. Il treno risponde al saluto e gli chiede se vuole andare da qualche parte, è disposto a portarlo dove vuole, lui e il suo cavallo.
Il principe accettando l’invito gli dice che vuole andare al castello isolato raccontandogli dell’incantesimo e del fossato che si deve superare velocemente. Il principe non comprende ciò che il treno vuol fare, ma si fida del suo nuovo amico ed aspetta di sapere dove si arriverà senza far domande. Qualche chilometro dopo, entrando in un bosco, il treno lancia un fischio particolarmente lungo e un giovane arcobaleno gli corre incontro. Il principe li vede parlare un poco, poi l’arcobaleno sale e si riparte. Il treno presenta il suo amico Arcobaleno al principe, dicendogli che si conoscono da tanto tempo e spesso fanno delle corse nel bosco dove l’arcobaleno vive.
Durante il viaggio i tre diventano grandi amici, arrivano al fossato, l’arcobaleno ci si mette a cavallo formando un grande arco colorato ed il treno passando sopra di lui riesce ad arrivare alle porte del castello e lì si ferma. Il principe scende dal treno in groppa al suo cavallo ed appena tocca il suolo si sente cantare, ridere, e tornano tutti i colori. L’incantesimo è rotto. Tutti gli abitanti corrono incontro al principe, al treno e all’arcobaleno. Non vogliono che nessuno vada via dal castello anche se ora il ponte è ormai abbassato e tutti possono andare e venire quando vogliono, il luogo è pieno di gioia ora. Tutti sono molto grati ai tre amici che sono riusciti a far tornare l’allegria ed i colori in quel posto tanto grigio e triste. E da allora, chi vuole andare a vedere il castello incantato basta che riesca a prendere quel treno a vapore che supera gli ostacoli passando su di un arcobaleno.
L’aquilone che porta messaggi
Lucia, una bambina di 9 anni, aveva ricevuto in regalo una bicicletta. Una bella bicicletta rossa fiammante tutta contenta di appartenere ad una bambina. Le piacevano tanto i bambini, andare a spasso con loro, e sperava di uscire subito con la piccola. Ma Lucia era una bambina particolare, appena ricevuta la bicicletta, la prese e la mise nel garage, lasciandola lì. La bicicletta notò che non sorrideva mai, e si chiese il perché, ma non riusciva a capirlo. Così aspettò pazientemente di uscire. Dentro il garage c’erano molte cose, in un angolo si trovavano diversi giocattoli: un’automobilina, una grande bambola, una palla e un aquilone. Erano tutti giocattoli di Lucia. La bicicletta iniziò a parlare con loro e così seppe perché la bambina non sorrideva e non giocava più da molto tempo.
“Era una bimba tanto allegra e vivace”, diceva la bambola, “Ricordo quando mi faceva volare in aria” diceva l’aquilone, “legava il mio spago all’automobile per correre più veloce”. “Sì, è vero” continuava l’automobilina, “non stavamo mai chiusi qui dentro, ci portava sempre a spasso con lei e ridevamo tanto, ci divertivamo sempre”. “Era proprio una bella vita” sospirò al palla. “E’ poi cosa è successo?” chiese la bicicletta, “io ho visto Lucia molto triste, non sono mai andata fuori con lei, ed anche voi siete impolverati e tristi”.
“Sai, disse la bambola, Lucia è cambiata quando il suo papà è partito, lasciando lei e la sua mamma qui a casa. Prima tornava tutte le sere e portava un fiore a Lucia, che lo metteva dentro un bel vaso nella sua camera, quel vaso era sempre pieno di fiori”. “E dove è andato il suo papà?” chiese la bicicletta.
“non lo so, aveva una grande auto che teneva qui nel garage, un giorno è uscito come sempre, Lucia era allegra e spensierata. Però poi la sera lui non è tornato e lei ci ha messi tutti qui dentro, era seria, e non ci ha più ripresi; da allora il suo vaso è vuoto e impolverato anche lui, mentre il papà non è più tornato.
La palla continuò: “Io ho cercato di rotolare vicino la casa ed ho sentito due signore che erano venute a far visita alla sua mamma, parlare di Lucia. Dicevano che il suo papà non sarebbe tornato più, hanno parlato di incidente, di strade pericolose e di imprudenze. Però non ho capito ciò che volevano dire”.
La bicicletta invece capì subito e lo spiegò ai suoi amici. Lei era stata per molto tempo in un negozio di biciclette e motorini e sapeva cosa era un incidente e cosa erano le imprudenze. Era chiaro. Il papà di Lucia aveva avuto un incidente con l’auto e per questo non era più tornato e la piccola aveva perso la voglia di giocare.
La bicicletta voleva tanto aiutare la bambina, tutti lo volevano, ma come? Nessuno sapeva rispondere. Ad un tratto la bicicletta ebbe un’idea. Chiese all’aquilone se con il suo aiuto poteva volare in alto, in alto, fin dove arrivava lo spago, fino a raggiungere quel posto in cielo dove vanno tutte le persone che muoiono. “in Paradiso?”, chiese l’aquilone, “ci posso provare. Ho capito! Tu vuoi trovare il papà di Lucia”.
“Sì”, rispose la bicicletta, e l’indomani mattina, molto presto, uscirono dal garage, e la bicicletta tenendo il filo dell’aquilone, gli fece prendere il vento e... lui volò in alto, sempre più in alto. La bicicletta era stanca di correre, non riusciva più a vedere il suo amico che volava, ma il filo era lì che tirava e si allungava sempre più fino a che terminò. Lei continuando a correre in modo che l’amico fosse sostenuto dal vento, lo legò al manubrio per evitare di perderlo e cominciò a chiamare l’aquilone, ma l’amico si trovava troppo in alto, oltre le nuvole perché potesse vederlo e certamente lui non poteva sentirla.
Ad un tratto uno strappo sul filo le fece capire che l’aquilone stava tornando e così aiutata dalla palla che, preso lo spago, cominciò a rotolare raccogliendolo come un gomitolo, finché alla fine arrivò l’aquilone. Al centro aveva un bellissimo fiore.
Raccontò che aveva incontrato il papà di Lucia, era proprio successo come aveva detto la bicicletta, aveva avuto un grave incidente con la macchina e per questo non era più tornato. Anche il papà voleva che la bambina tornasse a giocare e a ridere come prima, così aveva raccolto il fiore nel giardino del Paradiso e l’aveva dato all’aquilone. Tutti insieme, mentre ancora la bambina dormiva, andarono a metterlo nel vaso di Lucia che, quando si svegliò e lo vide, corse subito nel garage chiamando il suo papà, vedendo che non c’era nessuno scoppiò a piangere.
Pianse tanto, finché sentì qualcuno che la carezzava e le diceva parole gentili. Alzò il viso e si trovò circondata dai suoi giocattoli, la bambola le carezzava i capelli, la palla le rotolava intorno alle gambe, la bicicletta le parlava.
“Lucia, qui ti vogliamo tutti bene e siamo riusciti a trovare il tuo papà, lui non può venire qui e tu non puoi andare da lui, ma il nostro amico aquilone può farlo, così lui ti ha portato il fiore del tuo papà, tu l’hai riconosciuto subito e puoi mandare ciò che vuoi al tuo papà, l’aquilone lo porterà”.
Lucia asciugandosi gli occhi e abbracciando i suoi amici pensò subito a ciò che sempre dava al suo papà quando tornava a casa. Ora però, non andava molto molto bene a scuola e non aveva nulla da mandargli. Doveva rimediare. Si preparò, andò di corsa a scuola, dove fece il miglior compito di tutta la classe.
La sera mise il foglio con il compito e il voto con lode della maestra sull’aquilone dicendo: “Ti prego aquilone, portalo al mio papà. Ogni sera quando tornava gli davo i miei compiti”.
Il mattino dopo Lucia trovò un altro fiore molto bello nel suo vaso, e così accadde tutti i giorni. Lucia tornò a sorridere ed ad andare bene a scuola, a giocare con i suoi giocattoli e ad avere il suo vaso pieno di meravigliosi fiorellini. E se volete vederlo è ancora lì, nella camera di Lucia, sempre pieno di fiori bellissimi.
Rik cane intelligente
In cima ad una montagna c’era una casetta dove vivevano una donna con la sua bambina. Si volevano molto bene e passavano insieme i giorni a parlare, cantare e raccontare delle storie.
La bambina, che si chiamava Lisa, era una bimba felice. La mamma le faceva anche da maestra e per la piccola, che non era mai stata a scuola, era normale che fosse così.
Ogni giorno veniva il lattaio a portare il latte, era sempre sorridente, entrava, lasciava il latte e prendeva una bella fetta di torta che la mamma di Lisa aveva preparato e di cui lui era molto ghiotto.
Una mattina però, il lattaio, entrando in casa non vide nessuno, né vide la torta che sempre era preparata sulla tavola. Capì che c’era qualcosa che non andava, così chiamò, ma non ottenne risposta, allora si mise a girare per la casa.
Al piano di sopra c’erano due porte. Ne aprì una, sicuramente la cameretta di Lisa, ma la bimba non c’era. Il letto era intatto. Cosa era successo? Si chiedeva il lattaio. Aprì l’altra porta e le vide.
La mamma era sul letto, molto pallida, con gli occhi chiusi. Lisa era seduta sul letto, la stanchezza l’aveva vinta, era riversa vicino la mamma, addormentata. Sicuramente la mamma si era sentita male e la bambina era stata vicino a lei tutta la notte, pensò il lattaio che comprese di non poterle lasciare così, però, cosa poteva fare? Non voleva svegliarle, o come sarebbe stato meglio se invece di lattaio fosse stato medico! O se almeno fosse andato a scuola magari solo per imparare a leggere e a scrivere! Pensò che doveva fare qualcosa. fuori aveva lasciato, come sempre, il suo cane Rik. Era una bestiola ubbidiente. Sapeva che non doveva entrare in casa e aspettava fuori che Lisa venisse ad accarezzarlo e a giocare con lui come faceva sempre.
Il lattaio uscì, chiamò Rik e gli disse: “Corri dal medico e portalo qui”. La bestiola capì subito e scappò via. In poco tempo arrivò a casa del medico condotto che però non amava molto i cani. Infatti, come lo vide, cominciò a gridare per mandarlo via. Rik insisteva, abbaiava, guaiva, gli faceva capire che voleva essere seguito. Ma il dottore non capiva. “Va via bestiaccia!, gridava, se ti avvicini poi devo lavare tutto! Va via di quì!”.
Rik non sapeva cosa fare. “Sarebbe proprio bello, se gli uomini potessero capire gli animali!” pensava. Ma doveva decidere come far arrivare il dottore a casa di Lisa. Così prese la rincorsa e, passando tra le gambe del medico, entrò in casa. Si guardò attorno, entrò nello studio e prese tra i denti la borsa del dottore, Poi, mentre il medico, urlando lo inseguiva dentro, lui svelto gli ripassò tra le gambe e uscì tenendo la borsa tra i denti bene in vista.
Il dottore, vedendo la sua borsa piena di tutti i suoi strumenti puliti e sterilizzati, in bocca ad un cane si infuriò e cominciò a corrergli dietro.
Rik, felice di aver raggiunto il suo scopo, si diresse verso la casa di Lisa seguito dal dottore. Arrivarono alla casetta della mamma di Lisa in poco tempo.
Il lattaio era fuori della porta. Sapeva che Rik avrebbe portato il medico, anche se si chiedeva come avrebbe fatto. Certo se lui avesse saputo scrivere, avrebbe potuto dare un biglietto a Rik per il dottore, ma non sapeva farlo. Doveva per forza fidarsi del suo cane.
Appena vide il dottore gli andò incontro: “Oh dottore, meno male che è arrivato, sapevo che Rik l’avrebbe portato qui. Sa, la mamma di Lisa sta male...”. Al sentire queste parole il dottore si calmò all’istante. Comprese immediatamente ciò che aveva fatto il cane e perché, ed in quel momento capì che la sua avversione per questi animali non era giustificata. Quella bestiola aveva avuto il coraggio e l’intelligenza di portarlo lì rischiando di essere picchiato o peggio. Si avvicinò e prese la sua borsa dalla bocca di Rik che gliela porgeva ed entrò in casa. Salì di sopra e visitò la mamma di Lisa.
Per fortuna era arrivato appena in tempo! La mamma di Lisa aveva avuto un leggero attacco di cuore. Con cure adatte fu subito fuori pericolo, ma solo perché il dottore era arrivato in tempo.
Lisa si risvegliò all’entrare del dottore e rimase in un angolino per sapere come stava la sua mamma. il medico dopo un po’, con un gran sorriso si rivolse a lei: “Stai tranquilla. Ora la tua mamma sta bene. Ma dovete ringraziare quel cane peloso. Ed io che non lo potevo soffrire!”
Lisa corse subito ad abbracciare la sua mamma, poi scese di sotto e preparò la colazione per tutti, per Rik una colazione speciale. E da quel giorno Rik potè entrare in casa dove la mamma di Lisa gli faceva trovare una buona colazione con un bel pezzo d’osso. Ed anche in casa del dottore trovava sempre qualche buona cosa da leccarsi i baffi!.
Gloria, una bambina sempre allegra era andata ad abitare in una fattoria vicino ad un grande bosco. La piccola si divertiva a passeggiare nel bosco, ed essendo una bambina molto dolce, i piccoli animali che vi vivevano si fidavano di lei. Soprattutto un leprottino che andava sempre annusando dappertutto, un cerbiatto a cui piaceva molto correre e saltare, uno scoiattolo a cui piacevano molto le ghiande che raccoglieva della grande quercia in mezzo al bosco, ed alcuni uccellini loro amici che avevano il nido tra i rami della quercia. Tutti gli animali del bosco conoscevano Gloria e gli amici che l’accompagnavano sempre nelle sue passeggiate.
Gloria era una bambina intelligente, carina, ma molto sola. Quando abitava in città aveva molti amici. La sua mamma però, si era ammalata ed il medico le aveva detto che per guarire doveva respirare aria pura e pulita, soprattutto l’aria del bosco. Così si erano trasferite lì. A Gloria piaceva il bosco e dato che parlava sempre con tutti aveva cominciato a parlare con il leprotto, il passero, lo scoiattolo. Era contenta perché la mamma stava meglio, la scuola non era lontana e lì c’erano altri bambini, ma abitavano tutti dall’altra parte del bosco. Gloria non aveva la possibilità di vederli quando la scuola era chiusa. Non aveva però perso il suo buon umore e la mamma non sospettava che la bimba si sentisse sola, dato che Gloria parlava sempre del suo amico leprotto, del suo amico scoiattolo, ed i tutti gli altri. Ma era sempre lei che parlava, i suoi amici la guardavano, sembrava che la capissero, ma non sapevano risponderle.
Un giorno Gloria, durante una passeggiata, si inoltrò di più nel bosco e scoprì, nascosta da alcuni alberi, in una bella radura una casetta: “Oh guarda, disse, sembra la casa dei sette nani!” Esclamò la bambina. Bussò. Nessuno rispose. Entrò seguita dai suoi amici con il cuore che le batteva. Chissà di chi era quella casetta! Nessun bambino a scuola l’aveva mai nominata, forse ci abitava qualcuno.
“Si può?” chiese continuando ad avanzare in una stanza dove i mobili erano tutti coperti, come se gli abitanti fossero andati via per un lungo periodo. Era una bambina normalmente curiosa, così fece il giro della casa e vide che non c’era nessuno.
“Che peccato! Pensavo di poter parlare con qualcuno”. “E con chi vuoi parlare?” le rispose una vocina da sotto un lenzuolo attaccato alla parete. Gloria si avvicinò, alzò il lenzuolo e vide, attaccato al muro un bell’orologio a cucù. Era fermo sull’ora esatta così l’uccellino era fuori dello sportellino. Ed era lui che aveva parlato. Infatti continuò: “Con chi vuoi parlare bella bambina? Anch’io ho voglia di parlare. Era tanto tempo che stavo sotto quel lenzuolo e non vedevo nessuno!”. “Ma... ma tu chi sei? Cosa fai qui? Chi ci abitava? dimmi, cominciò Gloria, e il cuculo, perché questo era l’uccellino dell’orologio, sembrò ridesse: “Calma, calma, ti dirò tutto”. E le raccontò che in quella casa c’era vissuta una bella ed allegra famiglia. C’erano i genitori e tre bambini. Erano tutti allegri. I bambini giocavano sempre e tutti la sera si riunivano per parlare fino a che l’orologio a cucù non suonava le dieci. Al mattino alle otto, tutti erano pronti per andare a scuola.
“Eh sì, era proprio bello!”, sospirò il cuculo. “E poi cosa è successo?” domandò Gloria. “Oh, nulla!” rispose il cuculo, solo i bambini erano cresciuti, avevano smesso di andare a scuola ed avevano trovato lavoro in città. Così si erano trasferiti tutti lasciando la casa come se dovevano tornare presto. Ma erano passati tanti anni! Ormai quei bambini avevano a loro volta dei bambini e si erano dimenticati di lui!
Il cuculo era molto triste e Gloria cercò di consolarlo. Alla fine gli chiese: “Ma tu, puoi volare?”. “Certo, rispose, se qualcuno mi staccasse dal muro ce la farei”. Gloria non se lo fece ripetere e lo staccò.
Il cuculo cominciò a battere le ali e piano piano cominciò a muoversi nella stanza. Poi tutto contento, ringraziò Gloria e volando verso la finestra disse: “Vedrai, li ritroverò!” Gloria rimasta cola si voltò ed uscì chiudendo la porta. Non raccontò a nessuno della casetta nel bosco, però ogni tanto andava a vederla. Non sapeva neanche lei perché.
Un giorno la trovò con le finestre aperte e sentì qualcuno che cantava dentro la casa. Si avvicinò, bussò e chiese di entrare. “Avanti, avanti, disse una giovane signora seguita da tre bambini che ridevano, tu devi essere Gloria!”. Gloria restò imbambolata, “sì, rispose, sono io, ma come...”. “E’ stato Cucù che ce l’ha detto, sai dopo che tu lo hai liberato è riuscito a trovarci. Eravamo noi i bambini di cui ti ha parlato. Abbiamo sempre amato questa casetta nel bosco, però mancava sempre il tempo per venire qui. Ma quando è arrivato Cucù ed ha parlato di te, siamo voluti venire per conoscerti. Questi sono i miei bambini, e ce ne sono altri quattro di sopra”.
“Allora sono sette, come i sette nani!” disse Gloria che sempre pensava alla casetta come a quella dei sette nani. “Sì siamo sette, disse il più grande, ma non siamo nani e vogliamo vivere qui, anche noi volevamo conoscerti, Cucù ha detto alla mamma che sei tanto simpatica”.
Gloria si vergognò un poco di ciò che aveva detto, perché si rese conto che non era stata particolarmente carina. Si chiese se a lei sarebbe piaciuto se l’avessero paragonata ai sette nani, e si rese conto che no, non le sarebbe piaciuto, per questo quel bambino le aveva risposto così seccamente, perciò fece un gran sorriso ed il ragazzo rispose al suo con un altro sorriso dicendo: “Aveva ragione Cucù, sei proprio simpatica”.
Gloria frequentò moltissimo la casa e fu felice di questi nuovi amici, e con la sua stessa mamma, ormai guarita, rimase a vivere lì. Ed ancora vive vicino al bosco ed ogni giorno va dai suoi amici, a sentire le loro storie in compagnia dell’uccellino Cucù.
L’orologio che amava i bambini
Il libro che perdeva le parole
Enrico un bambino di 5 anni girava per le strade della sua città alla ricerca di qualcosa da comprare. Doveva fare un regalo ad un suo amichetto, la mamma gli aveva dato dei soldi dicendo che doveva pensarci lui dato che l’amico era suo. Ad Enrico i regali gli piaceva solo riceverli. Non ci aveva mai nemmeno pensato che avrebbe potuto essere lui a farli. Lui di solito faceva solo scherzi. Ma ora, cosa poteva comprare? Cominciò a guardarsi attorno. C’erano tante vetrine piene di abiti, strumenti musicali, dischi, dolci, giornali, tutte le vetrine erano belle, ma Enrico non vedeva nulla che potesse regalare al suo amico, nulla che gli piacesse. E non doveva allontanarsi molto, la mamma si era tanto raccomandata.
Alla fine della strada c’era un uomo con una bancarella piena di tante cose. C’era di tutto lì sopra. Enrico si fermò a guardare e l’uomo lo fissò: “Cosa cerchi?, gli chiese, forse posso aiutarti”. “Devo fare un regalo ad un amico, rispose, però vorrei qualcosa di diverso, di speciale, di unico...”
L’uomo scoppiò in un’allegra risata: “Ho capito ciò che vuoi, tieni questo!” disse mettendogli tra le mani un libro. Enrico lo guardò, era un comune libro, nulla di speciale, però qualcosa gli diceva che era diverso, doveva scoprirlo, così lo comprò. Ne fece un bel pacchetto e lo regalò al suo amico, era un bambino più grande di lui, sapeva leggere, gli avrebbe fatto piacere, pensò, sicuramente non si sarebbe mai aspettato un libro da lui, che essendo piccolo ancora non sapeva leggere. Voleva sapere cosa sarebbe accaduto, si ricordava sempre delle parole dell’uomo che glielo aveva venduto.
Dopo qualche giorno a scuola, l’amico fermò Enrico e gli chiese se era proprio quello il libro che gli aveva voluto regalare, o se era uno dei suoi soliti scherzi, mostrandogli un libro che non aveva nulla di comune. Era alto, ben rilegato, ma quando si apriva per leggerlo si notavano tanti spazi vuoti nelle pagine. Ogni tanto mancava qualche parola.
Enrico, che prima non aveva notato nulla, scoppiò a ridere. Certo, era proprio un bello scherzo regalare quel libro, ma al suono della risata il libro si mise a piangere. Enrico rimase stupito. Possibile che era proprio il libro che piangeva? Eh sì, proprio lui, dalle sue pagine cadevano delle grosse lacrime, e come singhiozzava! Enrico si sentì colpevole di aver riso. Quel pianto nascondeva un grande dolore, lo faceva stare male, era insopportabile.
“Ma perché piangi così?” chiese il bambino e con sua grande sorpresa: “Perché tutti ridono di me, rispose il libro, ed ogni lacrima cancella un parola. Così più ridono di me e più piango e più le mie pagine diventano bianche, finirò senza più una parola e a cosa serve un libro senza parole?” Enrico sentì tutto il dolore del libro e capì che doveva fare qualcosa. Cominciò a dirgli che forse lui poteva scrivergli le parole che mancavano. Leggendo si potevano capire e scriverle. La sua mamma avrebbe letto il libro e lui avrebbe pensato a scrivere ciò che mancava!
“E come farai se ancora non sai scrivere?” chiese il libro. “Qualcosa farò non preoccuparti”, rispose Enrico e salutato l’amico che era rimasto zitto ad ascoltare il dialogo, prese il libro e corse dalla mamma che era venuta a prenderlo proprio in quel momento.
La mamma fu lieta di leggere il libro ad Enrico, ed iniziò subito. Sulla prima pagina lesse ad un certo punto. “... Per sapere l’ora ho guardato...” “l’orologio!” esclamò Enrico. “Certo, disse la mamma, però la parola orologio non c’è”. ”Ora la scrivo io”, disse Enrico e svelto, svelto disegnò un bell’orologio nello spazio di quella parola. E così continuarono per diversi giorni, durante i quali nessuno rise del libro e lui non pianse mai, così non perse altre parole, ma si arricchì di disegni.
Quando ebbero terminato Enrico, tutto contento, riportò il libro dal suo amico convinto che sarebbe stato contento di riaverlo, ma lui non lo volle riprendere: “Non voglio sentire altri pianti”. E non volle ascoltare Enrico che gli assicurava che non li avrebbe sentiti, perché nessuno più rideva del libro, ma anzi era più bello da leggere. L’amico rifiutandolo ancora una volta se ne andò.
Il bambino allora riportò il libro dall’uomo della bancarella. Questo lo guardò e gli disse: “Lo sapevo che avresti fatto qualcosa di grande!”. “Ma io non ho fatto nulla, spiegò Enrico, ho voluto aiutare il libro e non sapendo scrivere ho fatto dei disegni”. “Ed infatti, rispose l’uomo, questo è stato il tuo grande lavoro: hai illustrato il libro. Ora è molto più comprensibile per chiunque”.
E fu così che nacque il libro illustrato. Forse se quel giorno Enrico non comprava quel regalo per il suo amico, avevamo ancora i libri pieni solo di parole scritte, mentre invece le illustrazioni sono le cose più ricercate soprattutto dai bambini, e soprattutto i libri non piangono più. Voi ne avete mai sentito uno piangere?
La candela che non voleva essere accesa
In un piccolo paesino di montagna composto da poche case, ancora non era arrivata l’elettricità. Gli abitanti la sera accendevano una candela e rimanevano attorno a quella piccola luce a parlare un poco prima di andare a letto.
In una di quelle case viveva Andrea, un bambino molto curioso. Aveva sentito parlare dell’elettricità. Un amico, una volta, gli aveva detto che nella vicina città c’erano delle strane palline, che facevano tanta luce. La sera, quando venivano accese, sembrava che diventasse giorno.
Ad Andrea non era mai piaciuto il buio. Non ne aveva paura, ma non gli piaceva. Sognava di stare a sedere con tanta luce in casa, proprio come aveva sentito raccontare dall’amico. Così cominciò a mettere da parte alcune candele, perché ci voleva tempo per il piccolo mettere insieme i soldi per una candela. Ma alla fine Andrea possedeva ben quattro candele. Non ne aveva mai accese così tante in una sola volta.
Una sera le mise in piedi su di un piattino e le accese. Una, due, tre, già era più luminoso, accese la quarta. Che meraviglia! Non aveva mai visto tanta luce se non del sole. ma durò un attimo, la quarta candela si spense subito, da sola.
Andrea si meravigliò un poco, poi la riaccese, e subito lei si spense, sì aveva visto proprio bene si spengeva da sola. Cocciuto riaccese la candela e lei si spense di nuovo. “Ma perché non vuoi restare accesa?” sbottò Andrea, “perché se resto accesa mi consuma tutta”, rispose la candela. “Ma... ma tu sei una candela!”, rispose il ragazzo, devi consumarti!”. La candela aprì un occhio in mezzo alla cera bianca e fissò Andrea che ricambiò lo sguardo. “E chi lo dice?” gli chiese. “Se mi consumo poi non ci sono più e mi sarò consumata inutilmente. Tu già hai un poco di luce, perché devo consumarmi anche io?”. “Io voglio più luce, rispose cocciuto il bambino, io voglio tanta luce”. “Per fare cosa, devi scrivere? no; devi leggere?, no; devi ricamare, no; disegnare?, no. “Allora non ti serve tanta luce. tre candele ti sono più che sufficienti”. Andrea non era convinto, come la maggior parte dei bambini era testardo. voleva la luce e luce doveva avere. La candela era paziente, voleva far capire qualcosa ad Andrea, così gli disse: “Senti, per ora rinuncia ad accendermi, mettimi dentro il tuo zaino, quello che ti porti sempre dietro, vedrai che ti sarò utile.
Andrea ormai stanco, accettò. Mise la candela nello zaino, spense le altre tre ed andò a letto.
Dopo qualche giorno ci fu un gran da fare in casa. Nel paese era arrivata l’elettricità. C’erano tanti operai fuori che lavoravano con dei fili e dei pali ed altri operai entravano nelle case, quando uscivano in quella casa si poteva accendere la luce. Fu una gran festa per tutto il paese. Per Andrea era la realizzazione del suo sogno. E poi era tanto bello ascoltare la radio la sera, il bambino aveva completamente dimenticato la candela dentro il suo zaino e lei rimase lì.
Passò un po’ di tempo. Una buia e piovosa giornata d’inverno ci fu un brutto incidente fuori del paese, era caduta una grossa frana e qualcuno era rimasto sepolto. Tutti gli uomini del paese corsero per aiutare chi era in pericolo. Continuava a piovere. Andrea con la mamma stavano in casa. “Per fortuna che c’è la luce!” pensò Andrea, ma in quel momento, dopo un forte tuono, tutte le luci si spensero. Non temere, disse la mamma, sarà andata via la corrente per il tempo cattivo, tornerà”. E gli disse che non aveva più nemmeno una candela. Quando avevano messo la luce elettrica le aveva gettate tutte. Dovevano avere pazienza e rimanere al buio. Però non era come prima, ora dovevano solo aspettare un poco e avrebbero avuto tutta la luce che volevano.
Bussarono alla porta. Era il papà. Aveva dovuto smettere di scavare perché si era fatto male ad un braccio. Un gran brutto taglio proprio sul polso. Era subito andato a casa per medicarsi. “Ma come posso aiutarti al buio?” si disperava la mamma di Andrea, incolpandosi di aver gettato le candele. Il padre capì che fino a che continuava il temporale, la luce non sarebbe tornata, era preoccupato, la ferita era piuttosto brutta e sanguinava tanto.
Andrea si fece piccolo piccolo. Era proprio spaventato, istintivamente si strinse lo zaino al petto e sentì una vocina conosciuta: “Ehi, ci sono io, non ti ricordi di me?” Andrea si ricordò di colpo, e chiamando i genitori prese la candela e l’accese. Quanta luce riusciva a fare una sola candela! La mamma medicò subito la ferita del papà. Era un brutto taglio ma dopo poco smise di sanguinare ed era disinfettato e ben fasciato. Il papà stava bene.
“Perché ora non ti sei spenta?” chiese Andrea alla candela, “Eppure ti stai consumando, non ti importa più?” “Oh sì che mi importa, rispose la candela, ma ora sono stata veramente utile, quando volevi accendermi tu non lo ero. Pensa se quel giorno mi fossi consumata, oggi non potevo essere più usata! Sarebbe stato triste e pericoloso, non credi?”
Andrea rispose di sì e capì ciò che la candela aveva voluto insegnargli, e cioè che non si deve sprecare mai nulla per capriccio, ma nemmeno si devono gettare via le cose che sembrano non debbano servire più, perché a volte possono divenire indispensabili.
La palla che voleva andare a fondo
In un’isola molto spoglia, vivevano solo dei pescatori. Non c’erano orti o giardini, ma solo casette con dei cortiletti dove si riparavano le reti da pesca.
In una di queste casette viveva Luigi, un bambino di 8 anni a cui piaceva moltissimo il mare. Però doveva andare a scuola non poteva stare sempre al mare come desiderava. Il papà e la mamma volevano che il bambino, in futuro, facesse un altro tipo di lavoro e non quello del pescatore che era un mestiere faticoso e poco redditizio.
Un giorno il papà gli regalò una bella palla dicendogli che con quella poteva giocare da solo e con gli amici. Luigi era un bambino ubbidiente e cominciò a giocare con la palla, però non riusciva a dimenticare il suo amore per il mare. Il padre decise di insegnargli a fare il sub e ad andare sott’acqua. “Forse se si interessava a questo sport, avrebbe dimenticato la pesca”, pensava.
Luigi era molto contento e parlava sempre delle sue immersioni e lo faceva soprattutto con la sua palla, dato che quando non doveva fare i compiti e non era in mare con il padre, giocava nel cortile con la sua palla e parlava con lei come ad un amico.
La palla ascoltava attenta, a volte le era capitato di andare sul mare però aveva visto solo la superficie. Luigi parlava delle meraviglie del fondo, di tutti i pesci che si vedevano, delle piante marine, dei fiori che con i loro meravigliosi colori attiravano i molluschi, delle rocce. “Quanta bellezza doveva esserci lì!” pensava la palla. Un giorno, mentre stavano insieme, lei prese un po’ di coraggio e chiese al bambino: “Mi porti con te in un’immersione?”. Luigi la guardò, aveva un’aria così mesta, perché non accontentarla? Così uscì con lei, andò al molo dove sempre andava con il suo papà, prese le sue bombole e si tuffò con la palla. Ma lei restava a galla! Luigi provava a tenerla forte, si immergeva e lei gli scivolava dalle mani e tornava in superficie.
Dopo diversi tentativi il bambino uscì dall’acqua e si rivestì guardando la sua amica. “Sembra proprio impossibile per te vedere il fondo!” esclamò tornando a casa, “però se ci tieni possiamo provare ad insistere”.
“Sì, ti prego Luigi, pregò la palla, lo desidero tanto”. E così spesso Luigi e la sua palla uscivano per fare le loro immersioni. La mamma ed il papà erano preoccupati di queste continue uscite. “Non devi immergerti mai da solo, gli diceva il padre, se ti stanchi o hai un malore, nessuno può aiutarti, è una regola molto importante”. Ma Luigi aveva fiducia in se stesso e poi aveva la sua amica palla con sé, quindi non era mai solo.
Un giorno chiese alla mamma se poteva andare al mare con un’amica. “Anche lei viene in acqua con te?” chiese la madre, ed alla risposta affermativa di Luigi diede il suo permesso. “Però non stare via a lungo”. Luigi era felice di poter andare in mare con il permesso della mamma, così prese la sua amica palla, perché di lei si trattava, e si avviò verso la spiaggia. Anche la palla era felice, anche se una volta dentro il mare non riusciva a rimanere sott’acqua. Poi però le venne un’idea e la disse a Luigi: “Tirami forte contro quello scoglio così potrò tuffarmi verso il fondo con forza, forse riuscirò a rimanere un po’ sott’acqua”.
Luigi ci provò, tirò forte la palla contro lo scoglio e questa spingendosi dallo scoglio si tuffò nell’acqua. Era sempre molto leggera, riuscì comunque a immergersi un poco e a trovare una corrente che la spinse ancora verso gli scogli per potersi spingere ancora più giù. Il gioco era così divertente che si allontanò da Luigi senza accorgersene.
Il bambino la cercò disperatamente, la chiamò. Non riusciva a vederla. Aspettò che tornasse a galla, ma dopo 2 ore tristemente tornò a casa. La mamma, per quel ritardo, era molto preoccupata e, come fanno molti adulti dopo uno spavento, cambiò idea dicendo: “Luigi andrai in mare solo quando ti accompagnerà tuo padre”.
Il bambino ancora molto triste per la perdita della sua amica non rispose. Intanto la palla si allontanava sempre di più. Aveva trovato la tecnica giusta, riusciva anche a sbattere contro i sassi per riuscire ad avere la spinta per rimanere sott’acqua. Era tanto stanca, doveva sempre lottare molto per riuscire a non risalire alla superficie. Ma ad un tratto si sentì trattenere sul fondo. Qualcosa la teneva, cercò di guardare e vide una grande piovra che la reggeva con uno dei suoi tentacoli.
“Ma tu chi sei? Non sei un pesce!” chiese la piovra. “Io... sono... una... palla, balbettò la palla, sto cercando di andare sott’acqua è tanto bello qui. Ma... tu chi sei?” chiese a sua volta la palla un po’ spaventata. “Io sono una piovra. Sai, sei simpatica. Se vuoi posso aiutarti, vieni con me!” E tenendola con i suoi tentacoli la portò giù, sempre più in fondo.
Come era bello! Proprio come diceva Luigi. No questo era ancora più bello. La piovra le faceva vedere le rocce molto da vicino fino ad entrare in una caverna sotto il mare. Era una grande caverna. Il soffitto era così alto che non era immersa completamente.
“Ma come fa ad esserci aria qui?” chiese alla piovra che restava in acqua mentre lei rimbalzava allegramente da una parete all’altra.
La piovra rise diventando improvvisamente molto simpatica. Non faceva più paura, anzi la palla era rassicurata dalla sua presenza. La piovra continuò: “E’ per come è fatta la grotta, sai siamo sotto una montagna, non so come mai, ma dall’altra parte il mare è meno profondo, così qui c’è sempre un po’ di aria. Una volta ho trascinato qui degli uomini che avevano fatto naufragio e stavano per annegare, così si sono salvato. Dopo un po’ di tempo sono tornati ed hanno lasciato un baule. Aspettavo che ritornassero ma non li ho più visti. Vieni giochiamo!” E cominciarono a giocare divertendosi molto. Fuori dall’acqua la palla rimbalzava bene, la piovra la prendeva con un tentacolo e la tirava.
Alla fine erano stanche ma tanto allegre. La palla chiese alla sua nuova amica se poteva aiutarla a trovare la strada di casa, raccontandogli tutto dell’isola dei pescatori e del suo amico Luigi.
La piovra rabbrividì. I pescatori non erano molto amati dagli abitanti del mare, però rispose che l’avrebbe aiutata volentieri. Infatti la prese e uscirono dall’altra parte della grotta. Mentre nuotava la piovra disse alla sua amica che le avrebbe fatto vedere la sua isola, però lei non si sarebbe avvicinata. “I pescatori mi danno la caccia, per questo non posso farmi vedere, ma se mi vorrai venire a trovare per giocare ancora, basta che vieni a largo e mi chiami, io ti sentirò! Il mio nome è Nerina, ciao Palla”.
Arrivati vicino all’isola la piovra lasciò la presa così che la palla risalì alla superficie del mare salutando la sua amica Nerina. Salendo veniva trasportata dalla corrente e appena riuscì a guardare fuori dall’acqua si accorse che si trovava vicino alla riva. Si fece trasportare dalle onde e rotolò a casa di Luigi che si trovava nel cortile triste e solo. La palla gli rotolò tra i piedi. Lui la riconobbe subito. La prese ridendo e piangendo di gioia, chiedendole dove fosse arrivata e come avesse fatto a tornare a casa. Gridava così forte che il papà, che era appena rincasato lo udì ed andò a chiedergli con chi stesse parlando. Luigi ridendo, rispose che aveva ritrovato la sua palla che aveva creduto di aver perduto. Il padre, contento della risposta e soprattutto di rivederlo sorridere, tornò verso casa.
La palla intanto chiedeva notizie a Luigi su come andava la pesca. Aveva notato che il padre era un po’ preoccupato. Il bambino le rispose che la pesca non andava molto bene, ma lei dove era stata? Gli doveva raccontare tutto. La palla raccontò tutto a Luigi, anche della grotta e del baule che gli uomini avevano lasciato. Luigi, d buon lupo di mare, volle sapere tutto della grotta ma soprattutto dove si trovasse. Perché lo vuoi sapere, chiese la palla. Perché è probabile che in quella grotta ci sia nascosto un tesoro, rispose il bambino.
Organizzarono un piano per arrivare alla grotta, sapevano di avere bisogno di aiuto, così Luigi chiese al papà se poteva accompagnarlo a fare un’immersione particolare, gli serviva la barca, doveva vedere dei coralli che si trovavano ai piedi della montagna. Il papà disse che lo avrebbe accompagnato. Sapeva quanto belli fossero i coralli e a lui piaceva l’amore che Luigi aveva per il mare.
Così il giorno dopo il papà disse a Luigi di salire sulla barca per andare ai piedi della montagna. Quando vide il bambino portare la palla, il padre sorrise dicendogli che certo la palla non poteva andare sott’acqua, ma solo rimanere a galla vicino alla barca, oppure la doveva tenere molto stretta. Arrivarono vicino alla montagna, Luigi buttò la palla in acqua e poi si tuffò.
La palla cominciò a chiamare: “Nerina, Nerina, vieni, dove sei?”. La piovra la sentì subito la prese con un tentacolo e la portò sott’acqua, ma era molto fredda, sembrava quasi arrabbiata. “Perché hai portato il pescatore e suo figlio? Pensavo che eravamo amiche è così che ricambi la mia gentilezza?” Quasi piangeva. La palla si affrettò a rassicurarla. “No, non ho portato il pescatore per pescare, vuole vedere la grotta, gli avevo promesso di fargliela vedere, portaci alla grotta, ti prego, siamo tuoi amici”.
Nerina era di buon cuore e non sapeva dire di no, e poi si fidava di quella sua nuova amica, così rispose di sì. Prese la palla con un tentacolo e ne allungò un altro verso Luigi che, con un po’ di spavento, lo prese. Tutti e tre, Nerina e i suoi passeggeri arrivarono alla grotta. Luigi restò impressionato dalla bellezza del posto. Era proprio come aveva detto la palla. Poi si mise alla ricerca del baule e lo trovò in breve tempo, lo aprì e, proprio come pensava, conteneva un vero tesoro. gioielli, monete d’oro, coppe d’oro con pietre preziose. C’era tanto che si poteva aiutare tutto il paese in modo che nessuno dovesse fare più il pescatore.
Luigi spiegò tutto questo alla piovra, che essendo un animale intelligente capì che si doveva portare il baule sulla barca. Ci pensò un poco poi chiese al bambino: “Se ti accompagno alla barca, tu saprai impedire a tuo padre di uccidermi? io posso portare il baule con facilità”.
Luigi spiegò che a suo padre non piaceva uccidere e se a volte lo faceva era solo per necessità. Ma ora stava li solo per accompagnarlo, no non avrebbe fatto nulla alla piovra, il bambino non l’avrebbe permesso poteva esserne sicura. Nerina volle fidarsi.
La piovra con due tentacoli prese il baule che Luigi era riuscito a trascinare vicino all’acqua, e con altri due teneva i suoi amici e risalì alla superficie vicino alla barca del padre di Luigi. Questi cominciava a preoccuparsi e guardava attentamente il mare per veder comparire il figlio, sapendo che certo la palla lo avrebbe riportato a galla. Ed infatti d’un tratto lo vide, e vide la palla, ma cosa c’era dietro di loro? Era un mostro marino? No era una piovra! Luigi era in pericolo!
“No papà fermati! gridò il bambino, siamo amici, fermati, non c’è nessun pericolo!”
Il padre si fermò. Qualcosa nella voce del figlio lo fece guardare meglio. Non sembrava che la piovra minacciasse il piccolo anzi sembrava l’aiutasse, allora si sporse verso l’acqua ed aiutò il figlio ad uscirne. Il bambino appena salito sulla barca gli chiese: “aiutaci a mettere questo a bordo”, il padre obbedì ma rimase molto sorpreso vedendo che quello che avevano portato era un vero baule.
Riuscirono, con l’aiuto di Nerina, a mettere il baule nella barca dove il papà lo aprì e guardò Luigi. “E’ tutto nostro papà, dobbiamo ringraziare la mia palla e Nerina per questo”, disse il bambino accarezzando un tentacolo della piovra che non riusciva a staccarsi dal suo nuovo amico.
il padre disse: “con questo tesoro la nostra isola non sarà più un’isola di pescatori. Costruiremo delle fabbriche, delle aziende e degli uffici così che tutti potranno lavorare senza più dover andare a pesca!”
Nerina fu felice di sentire questo, salutò i suoi amici mise la palla nella barca, salutò con un tentacolo il padre di Luigi e si allontanò.
Padre e figlio tornarono a casa e chiamarono tutti gli abitanti dell’isola. Prima però il padre disse a Luigi: “figliolo il tesoro è tuo, se vuoi darlo a tutti sei tu che devi farlo!”. E così fu. Tutti furono contenti e in poco tempo furono costruiti nell’isola dei grandi palazzi con uffici, e tutti gli abitanti lavoravano lì contenti di non dover più uscire in mare.
Nel centro dell’isola fu messo uno strano monumento, rappresentava un bambino e una piovra che giocavano con una palla, sotto la dedica: Con gratitudine da tutti gli abitanti dell’isola. E se lo volete vedere è ancora lì, al centro dell’isola, proprio di fronte alla nuova casa di Luigi.